Le scorie nucleari sono i 7-8mila metri cubi delle quattro antiche centrali costruite dagli anni 50 agli anni 70 quando l’Italia di Enrico Fermi e dei fisici nucleari di fama mondiale era leader al mondo nelle applicazioni civili dell’energia atomica. Le centrali di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Borgo Sabotino (Latina) e Garigliano (Caserta) si spensero di colpo e per sempre con il referendum nucleare del novembre 1987.

Ma i rifiuti non sono solamente quelli radioattivi delle centrali. Ogni giorno in Italia si producono rifiuti radioattivi a carriolate. Le diagnostiche ospedaliere della risonanza. La testa dei parafulmini. Le radiografie industriali. I guanti e le tute dei tecnici ospedalieri. I controlli micrometrici di spessore delle laminazioni siderurgiche. La medicina nucleare. Il torio luminescente dei vecchi quadranti degli orologi. Perfino i rilevatori di fumo, quelli con la lucetta rossa sul soffitto delle camere d’albergo; per funzionare, molti di questi dispositivi devono contenere un poco di americio (radioattivo) e quando negli anni scorsi è stato smantellato il relitto della nave da crociera Costa Concordia è stato necessario destinare allo smaltimento corretto un migliaio di questi apparecchietti che si trovavano fissati al cielo delle cabine.

Un dettaglio curioso. Si trovano ancora nelle case alcuni soprammobili e oggetti da scrivania degli anni 60 come i portapenne o i portarotolo per il nastro adesivo: per essere quanto più stabili possibile, la base era realizzata con uranio.

In tutto si tratta di circa 25-30 mila metri cubi attuali di materiali radioattivi (90 mila in futuro).

I depositi nucleari vicino a casa
Oggi, i 25-30 mila metri cubi di rifiuti a media e bassa attività sono disseminati in tutta Italia in una ventina di depositi e siti diversi e altri minori, per esempio gli stoccaggi provvisori degli ospedali. Tranne i sardi, ogni italiano ha almeno un deposito di scorie nucleari o uno stoccaggio minore a meno di cento chilometri da casa, e in alcune zone d’Italia la densità è altissima come accade in Piemonte, dove i vercellesi sono attorniati da una mezza dozzina di depositi di diversa tipologia, ma accade anche in Lombardia o nel Lazio.

Gli stoccaggi più rilevanti sono ancora le quattro centrali nucleari in smantellamento con circa 7mila metri cubi di rifiuti radioattivi stoccati al loro interno. Il combustibile, a maggiore attività, è quasi tutto in via di condizionamento negli impianti nucleari esteri.
Taranto, al via la decontaminazione del deposito nucleare abbandonato
Regolarmente la Sogin, la società pubblica che gestisce l’eredità nucleare del passato, annuncia la sistemazione di alcuni di questi depositi e l’invio dei materiali al trattamento. Uno dei casi più recenti è il caso della Cemerad, la quale fu un’azienda del settore nucleare che nei decenni scorsi accumulò in un capannone grandi quantità di scorie radioattive nella Taranto messa sotto accusa per l’Ilva. Abbandonato a se stesso per una vergognosa infinità di anni, il deposito radioattivo di Taranto ormai rugginoso e pericoloso è appena stato preso in carico dalla Sogin, che ha cominciato a risanarlo.
A Ispra, sul Lago Maggiore, il secondo deposito per le scorie nucleari Ue
Oltre ai depositi dei centri universitari e di ricerca (qualche esempio: il reattore dell’Università di Pavia, l’Enea e lo stoccaggio del centro europeo Jrc Ccr di Ispra Varese), ci sono i depositi creati dalle aziende specializzate del settore nucleare (come la Campoverde di Milano o la romagnola Protex) e gli stoccaggi creati da aziende costrette a maneggiare oggetti radioattivi pur facendo parte di settori diversi dal nucleare (come la siderurgia). Gran parte di questi rifiuti sono stabili, sono oggetti fissi, difficili da disperdere. Diverso il caso di un quantitativo di rifiuti nucleari liquidi, cioè per loro natura più difficili da gestire e quindi da solidificare tramite cementazione. Non a caso il mese scorso era stata rilevata da un impianto una perdita di alcune decine di litri di liquidi.

Il deposito futuro
L’Europa dice giustamente che ogni Paese deve avere un suo deposito nazionale per i rifiuti irraggiati meno pericolosi. In genere è un capannone strablindato e superprotetto dentro al quale ci sono celle multibarriera. Potrà essere invece consortile fra più Paesi il deposito sotterraneo per le scorie ad alta radioattività, quelle delle centrali atomiche, come l’impianto che sta completando la Finlandia nei graniti impenetrabili sotto la centrale nucleare di Olkiluoto.
Quindi l’Italia deve costruire un deposito nazionale per riunire in un solo luogo i 25-30mila metri cubi già inventariati e complessivamente 90mila metri cubi di rifiuti futuri, in via definitiva per quelli a media e bassa radioattività (75mila metri cubi) e in via temporanea — finché non ci sarà il deposito dedicato di profondità — i 15mila metri cubi di scorie ad alta attività, più le scorie che continuiamo a produrre ogni giorno.

Va realizzato anche l’ispettorato sulla sicurezza nucleare che deve dettare le regole tecniche e controllare tutte le attività di gestione. Un’autorità nucleare esiste già, ed è un dipartimento dell’Ispra, l’istituto superiore di protezione dell’ambiente guidato da Stefano Laporta, ma per rafforzarne il ruolo i parlamentari che in queste settimane ne stanno discutendo il futuro pensano di istituire più di un ispettorato: vorrebbero un’agenzia autonoma o addirittura un’autorità indipendente analoga all’Antitrust o all’Autorità dell’energia. I costi di questo ispettorato potrebbero finire nella bolletta elettrica, ma nei dibattiti parlamentari di queste settimane i politici tuonano indignati che mai e poi mai i consumatori pagheranno nella bolletta elettrica questa tassa nucleare aggiuntiva. Tanta indignazione fa temere che invece accadrà proprio così e che pagheremo il servizio tramite la bolletta elettrica.

Qualunque forma avrà, a capo dell’Isin sarà uno dei più apprezzati esperti di legislazione ambientale e di normativa sulla gestione dei rifiuti pericolosi, l’avvocato Maurizio Pernice.

La stima dei costi complessivi si aggira sugli 1,5 miliardi, comprese le infrastrutture, anche se l’esperienza internazionale dice che impianti con ottime caratteristiche tecniche possono costare assai meno, anche un terzo.

Da decenni l’Italia prova a realizzare il deposito per i rifiuti radioattivi. Invano. Come era avvenuto una quindicina di anni fa con l’ipotesi di realizzarlo a Scanzano Ionico (Matera), appena qualcuno posa il dito su una mappa e dice «qui», apriti cielo, è protesta. L’anno scorso in Sardegna vi furono sommovimento indignati alla fake-news che l’isola fosse candidata a ospitare scorie nucleari. Così di illazione in protesta il percorso di individuazione continua a fermarsi.

L’ostacolo è la più volte annunciata Cnapi, improbabile sigla di carta nazionale dei siti potenzialmente idonei.

Sono stati fissati una trentina di criteri (densità di popolazione, pericoli di frane e allagamenti, distanza dalle città, rischio sismico e così via) e la penisola è stata ritagliata escludendo le zone che non rispondessero a questi requisiti. Promessa e più volte annunciata, la carta Cnapi è una miniera potenziale di infiniti comitati del «no» e di rivolte nimby e così il documento è rimasto segretissimo sotto vincolo di denuncia per chi lo divulgasse prima del tempo.

Ora finalmente il tempo potrebbe avvicinarsi. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, durante un’audizione recente alla bicamerale parlamentale sui rifiuti e le ecomafie ha detto che, conclusa la consultazione pubblica di queste settimane, il programma per il deposito sarà completato entro fine anno e quindi la carta Cnapi sarà resa pubblica affinché i diversi territori compresi nelle aree idonee possano candidarsi e contendersi l’ambita infrastruttura. Se ai comitati nimby un deposito nucleare può parere una «devastazione del nostro territorio vocato per il turismo culturale e l’agricoltura di qualità», per la ventina di aree che già ospitano gli stoccaggi locali potrebbe essere finalmente una liberazione. E per alcune aree alla ricerca di una crescita potrebbe essere allettante l’idea di un parco tecnologico e scientifico di rilievo internazionale, quale sarebbe l’impianto.

«Per la realizzazione del deposito — aveva affermato il ministro Calenda — si è scelta la strada di una procedura seminegoziata complessa ma trasparente, sui modelli adottati dagli altri Paesi europei».

 

FONTE[ilsole24ore]