I cittadini del Burundi hanno votato in modo schiacciante (ma non poteva essere diversamente) per l’adozione delle riforme costituzionali andranno a rafforzare ulteriormente i poteri del presidente Pierre Nkurunziza. Così, il fantasioso presidente, a meno di clamorosi colpi di scena, potrà rimanere al potere fino al 2034.

Le agenzie riportano che Pierre-Claver Ndayicariye, il capo della commissione elettorale, ha dichiarato che il 73% degli elettori ha votato “Sì” al referendum per modificare la costituzione e che solo il 19% ha votato “No”, mentre l’affluenza alle urne è stata del 96%.

Secondo quanto denuncia un rapporto dell’organizzazione non governativa Human Rights Watch(Hrw) in un rapporto pubblicato in questi giorni, le forze di sicurezza e i membri dell’ala giovanile del partito di governo Cndd-Fdd – la famigerata milizia Imbonerakure – hanno creato un clima di paura e intimidazione in vista del voto, prendendo di mira gli oppositori, alcuni dei quali sono stati “uccisi, violentati, rapiti, picchiati e intimiditi”.

Si parla di almeno quindici persone uccise, alle quali si aggiungono sei che sono state vittime di abusi sessuali nel corso della campagna referendaria.

Human Rights Watch per bocca di Ida Sawyer, direttrice dell’organizzazione per l’Africa centrale, riporta che «il referendum in Burundi si è svolto in un clima di abusi e intimidazioni diffuse, che chiaramente non ha favorito la libera scelta».

Intanto la coalizione Amizero y’Aburundi, guidata dal principale leader dell’opposizione Agathon Rwasa, ha dichiarato ieri che non riconoscerà il risultato del referendum sulle riforme costituzionali. Il processo elettorale “n’a été ni libre, ni transparent, ni indépendant, encore moins démocratique” ha detto Rwasa rinnovato la denuncia di “intimidazioni e molestie” nei confronti dei suoi elettori da parte del partito al governo.

Il referendum era stato voluto dal presidente Pierre Nkurunziza, al potere dal 2005, ed era stato fortemente contrastato dall’opposizione in quanto avrebbe permesso (come poi è stato) all’attuale presidente di restare alla guida del paese per altri due mandati di sette anni a partire dal 2020.

Dall’aprile del 2015, quando il presidente Nkurunziza ha rifiutato di dimettersi dopo la fine del suo secondo mandato e ha deciso di candidarsi per un terzo mandato alle elezioni tenute nello stesso anno quando, il Burundi è precipitato in una crisi.

Da allora si stima che siano morte almeno 2 mila persone mentre altre migliaia sono state costrette alla fuga nei paesi vicini. Dallo scorso 27 ottobre, inoltre, il Burundi non è più un paese membro della Corte penale internazionale (Cpi), primo paese a lasciare l’organismo giudiziario internazionale.

L’uscita dal Cpi è letta dalle organizzazioni per la protezione dei diritti umani come una mossa avente l’obiettivo di ostacolare le indagini sugli abusi verso l’opposizione commessi dal governo in questi ultimi anni.

Fonte: [Vita.it]