NEW YORK – I mercati dai nervi scossi contano che, dopo un altro aumento dei tassi di interesse oggi, la Fed possa indicare d’esser davvero pronta a fermare o interrompere le sue strette di politica monetaria. Una “domanda” che gli investitori hanno messo in chiaro in questi giorni in più modi. Hanno mostrato i loro timori per l’economia mondiale attraverso una forte volatilità che invita alla prudenza, timori che non vengono cancellati dal modesto rialzo di ieri: la settimana al 12 dicembre, la più recente per cui esistono dati, ha visto riscatti record dai fondi azionari (e obbligazionari). I future sui Fed Funds intanto, se danno il 69% di probabilità ad un giro di vite sui tassi al vertice odierno, spingono poi esplicitamente le probabilita di ulteriori mosse nettamente in minoranza per l’anno prossimo.

La fuga settimanale dai fondi azionari – calcolata da Bank of America Merrill Lynch – è stata di 39 miliardi su scala globale, un record assoluto (simile record in uscita sono stati gli 8,4 miliardi da fondi obbligazionari investment grade). I soli fondi azionari statunitensi hanno sofferto riscatti per 27,6 miliardi, la seconda fuga di sempre.

Da inizio anno i flussi nei fondi rimangono complessivamente positivi grazie ai mercati emergenti e alla piazza giapponese. Le pressioni ai riscatti, però aumentano, e queste a loro volta aumentano i rischi di ondate d vendita.

Risvolto della fuga dalle azioni è stato anche il fatto che gli investimenti in “cash”, misurati dai molto liquidi titoli del Tesoro Usa a tre mesi, appaiono di recente ormai destinati a battere le performance sia di azioni che di obbligazioni per la prima volta dal 1994. È una preoccupazione, quella manifestata da simili tendenze, che gli investitori si augurano la Banca centrale americana condivida.

L’andamento dei Fed Funds ha nel frattempo già ricalibrato le aspettative di politica monetaria. Qui, più delle esternazioni di Donald Trump, possono le parole dello stesso chairman della Fed Jerome Powell, che nelle scorse settimane ha indicato che i tassi potrebbero trovarsi ormai vicini ad un livello di neutralità, vale a dire nè di stimolo nè di freno, consentendo alla Banca centrale di dichiarare forse missione almeno per ora compiuta verso l’obiettivo di una normalizzazione della politica monetaria. Di sicuro le recenti statistiche conforterebbero una maggior prudenza futura nelle strette: l’inflazione ha rallentato il passo, dopo segni di rafforzamento in estate, mentre l’espansione appare indirizzata a indebolirsi dal 3% circa di quest’anno a forse il 2,4% nel 2019.

La Fed darà apertamente nelle prossime ore ulteriori indicazioni sulle previsioni per l’economia e i tassi, grazie all’aggiornamento delle sue stime e alla periodica conferenza stampa di Powell, cercando con ogni probabilità di segnalare l’accortezza con cui segue l’economia e le sue sfide indipendentemente dalle pressioni della politica che ne minacciano invece credibilità e indipendenza. I cambiamenti concreti attesi nel suo “verdetto” da alcuni analisti sono riassunti come segue: nel comunicato ufficiale del vertice dovrebbe essere modificata la frase che prevede “ulteriori graduali aumenti” dei tassi, sottolineando che ogni futura decisione sara’ sempre piu’ dipendente dai dati. Nel quadro delle previsioni economiche e di politica monetaria dovrebbe scendere in particolare quella sull’inflazione e ridimensionarsi di almeno 25 punti base la traiettoria dei tassi per i prossimi anni. Nella conferenza stampa conclusiva Powell dovrebbe infine cercare di rassicurare sulla solidità dell’economia americana ma ammettere le incertezze e le incognite in aumento. Powell dovrebbe enfatizzare l’imminente ingresso in una fascia neutrale per i tassi.

 

Fonte:[sole24ore]