Cordialissimi incontri con le massime autorità vietnamite e firma di una serie di accordi commerciali: il presidente americano Donald Trump ha iniziato la giornata ad Hanoi lodando il nuovo Vietnam, un regime guidato da un partito comunista che si è aperto alle riforme economiche e alla comunità internazionale, è diventato amico degli Stati Uniti e sta vivendo una fase di forte sviluppo verso la prosperità: un esempio ha detto Trump di come potrebbero andare le cose per la Corea del Nord se rinunciasse ai programmi nucleari per concentrarsi sullo sviluppo economico.

Trump avrà un primo incontro oggi 27 febbraio in serata, ora di pranzo in Italia, con il leader nordcoreano Kim Jong-un per una cena in comune con i più stretti collaboratori. Domani i colloqui veri e propri, sul cui esito ci sono forti incertezze: dopo il primo summit a Singapore dello scorso giugno, si è creata una situazione di sostanziale stallo. Sono cresciute le attese che i due leader possano firmare domani una «dichiarazione di Hanoi» che proclami la fine della guerra tra Stati Uniti e Corea del Nord iniziata nel 1950 (sfociata tre anni dopo nel più lungo armistizio della storia). Ma nessuno crede che possa scaturire un accordo definitivo.

Il segretario di Stato Mike Pompeo ha già adombrato la necessita di un ulteriore summit e lo stesso Trump ha di fatto abbassato le aspettative di una intesa sulla «denuclearizzazione» che a Singapore era stata posta come obiettivo congiunto senza precisarne contenuti e tempistica. Nella consueta raffica di tweet degli ultimi giorni, il presidente ha sottolineato di «non avere fretta» e di «non voler far fretta», dichiarandosi contento del fatto che da oltre un anno Pyongyang non effettui test missilistici o nucleari.

Sono in molti a temere che Trump possa fare concessioni senza contropartite concrete sul versante dello smantellamento e delle verifiche internazionali sui suoi arsenali: è diffusa la sensazione che ricerchi un successo internazionale in un momento che preannuncia tempeste sul fronte interno (dall’audizione al Congresso del suo ex avvocato d’affari Michael Cohen, fissata proprio oggi, all’ormai imminente rilascio del risultati nell’inchiesta sul Russiagate del procuratore Robert Mueller).

«Non dimentichiamoci che la vera sorpresa uscita dal summit di Singapore fu come Trump decise di sospendere le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, dopo averle derise come troppo costose – osserva Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group – Stiamo a vedere se il presidente seguirà i suoi istinti nel cercare di fare di nuovo la storia. E se finirà per mettere la presenza delle truppe Usa nella penisola sul tavolo». I falchi all’interno dell’Amministrazione appaiono contrari a una dichiarazione sulla fine dello stato di guerra senza precise contropartite, in quanto porrebbe quasi automaticamente sul tavolo la questione di un disimpegno delle forze armate americane nella penisola. Un’ipotesi che intaccherebbe la posizione geostrategica americana in Asia, spaventerebbe il Giappone e allarmerebbe i conservatori a Seul.

L’Amministrazione del presidente Moon Jae-in ha mostrato di essere favorevole alla proclamazione della pace, lasciando deliberatamente crescere le aspettative in questo senso, così come non ha fatto mistero di desiderare che un primo allentamento del regime delle sanzioni internazionali parta da un via libera a progetti intercoreani (da quelli di collegamento ferroviario all’eventualità di una riapertura del parco industriale misto di Kaesong). In ogni caso, una dichiarazione avrebbe un valore legale e politico molto inferiore a un trattato di pace, che richiederà il coinvolgimento della Cina (il Corpo dei volontari cinesi firmataria dell’armistizio) e del Congresso Usa.

Non è controversa tra gli esperti la convinzione che Kim, dopo aver migliorato i rapporti con il Sud grazie a tre incontro con Moon e riscontrato una volontà cinese e russa di allentare le pressioni, punti soprattutto a un allentamento delle sanzioni, minimizzando concessioni concrete sui suoi armamenti nucleari e missilistici. La sensazione di stallo seguita al vertice di Singapore rinvia a una non chiarita definizione di “denuclearizzazione”, che per la parte americana significa un abbandono completo, verificabile e irreversibile degli armamenti atomici nordcoreani, mentre per Kim implica la rinuncia americana a offrire al Sud il proprio “ombrello” nucleare.

Se pure il Nord ha avviato lo smantellamento di un paio di siti per test militari, sono emerse indicazioni secondo cui negli ultimi mesi il regime non abbia interrotto la produzione di materiale fissile e di sistemi di trasporto per armi atomiche.
Le apparenze depongono comunque per passi avanti nella distensione. Pur tra imponenti misure di sicurezza, Hanoi è in festa, in un tripudio di bandiere americane, nordcoreane e vietnamite per un vertice battezzato come “partnership per una pace sostenibile”.

 

Fonte:[sole24ore]